SAN TOMMASO D’AQUINO SUMMA THEOLOGICA – L’INCONTINENZA

SAN TOMMASO D’AQUINO SUMMA THEOLOGICA – L’INCONTINENZA

L’Incontinenza

Ed eccoci a parlare dell’incontinenza.
Sull’argomento studieremo quattro problemi: 1. Se l’incontinenza riguardi l’anima o il corpo; 2. Se sia peccato; 3. Confronto tra incontinenza e intemperanza; 4. Se sia più vergognoso essere incontinenti nell’ira, o nella concupiscenza.

ARTICOLO 1

Se l’incontinenza riguardi l’anima o il corpo

SEMBRA che l’incontinenza non riguardi l’anima, ma il corpo. Infatti:
1. La diversità di sesso non riguarda l’anima, bensì il corpo. Ma la diversità di sesso impone una diversità rispetto alla continenza: poiché, a detta del Filosofo, le donne non sono né continenti né incontinenti. Perciò l’incontinenza non riguarda l’anima, ma il corpo.
2. Ciò che riguarda l’anima non segue la complessione del corpo. Invece l’incontinenza dipende dalla complessione del corpo: infatti il Filosofo afferma, che “i collerici e i melanconici sono incontinenti per la loro sfrenata concupiscenza”. Dunque l’incontinenza riguarda il corpo.
3. La vittoria appartiene più a chi vince che a chi è vinto. Ora, si dice che uno è incontinente quando “la carne, che brama contro lo spirito”, riesce a vincerlo. Perciò l’incontinenza appartiene più alla carne che all’anima.

IN CONTRARIO: L’uomo si differenzia dalle bestie principalmente per l’anima. Ora, egli ne differisce anche per la continenza e l’incontinenza: poiché le bestie, a detta del Filosofo, non possono dirsi né continenti, né incontinenti. Dunque l’incontinenza riguarda soprattutto l’anima.

RISPONDO: Un effetto qualsiasi va attribuito più alla sua causa diretta, che alla causa occasionale. Ora, l’elemento corporeo offre solo l’occasione all’incontinenza. Poiché dalle disposizioni del corpo può capitare che insorgano passioni violente nell’appetito sensitivo, che è una facoltà organica; ma codeste passioni, per quanto violente, non sono la causa efficace dell’incontinenza, ma solo l’occasione; perché finché rimane l’uso della ragione l’uomo è sempre in grado di resistere alle passioni. Se poi le passioni crescono fino al punto di togliere totalmente l’uso della ragione, come avviene in chi finisce nella follia per la violenza delle passioni, allora non c’è più né continenza, né incontinenza: poiché in essi viene a mancare il giudizio della ragione, che il continente asseconda e l’incontinente trasgredisce. Rimane dunque che la causa diretta dell’incontinenza è nell’anima, la quale con la ragione non resiste alle passioni. E questo si presenta sotto due forme differenti, come nota il Filosofo. Primo, quando l’anima cede all’impulso delle passioni prima che la ragione abbia deliberato: e si ha così “l’incontinenza sfrenata”, ossia “l’inconsiderazione”. Secondo, quando uno non sta alle deliberazioni prese, perché è poco fermo in ciò che la ragione ha stabilito: e allora si ha l’incontinenza per “debolezza”. È evidente quindi che l’incontinenza principalmente dipende dall’anima.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L’anima umana è forma del corpo, ed ha delle facoltà che si servono di organi corporei, le cui operazioni influiscono anche sulle funzioni che l’anima esercita senza gli organi del corpo, cioè sull’atto dell’intelletto e della volontà: poiché l’intelletto riceve la conoscenza dai sensi, e la volontà viene spinta dalle passioni dell’appetito sensitivo. Ecco perché la donna, avendo una debole complessione fisica, ordinariamente aderisce debolmente alle cose cui aderisce, sebbene in casi rari avvenga diversamente, come accennano quelle parole dei Proverbi: “Una donna forte chi la troverà?”. E poiché ciò che è poco o debole si considera inesistente, il Filosofo dice che le donne non hanno fermezza di giudizio; sebbene in certe donne avvenga il contrario. E per questo afferma che “le donne non sono continenti, perché non guidano se stesse”, mediante una solida ragione, “ma si lasciano guidare”, seguendo facilmente le passioni.
2. Per un impeto passionale può capitare che uno segua subito la passione prima che la ragione abbia deliberato. Ora, questo impeto di passione può provenire, o dalla pronta irritabilità come nei collerici; o dalla violenza come nei melanconici, i quali per la loro complessione terragna s’infiammano in modo violentissimo. Al contrario può capitare che uno non persista in ciò che ha deliberato, aderendovi debolmente, per la delicatezza della sua complessione, come si è detto a proposito delle donne. E questo pare che avvenga anche nelle persone flemmatiche, per lo stesso motivo che nelle donne. Ma questo influsso delle complessioni fisiche non è che una causa occasionale dell’incontinenza, e non è la causa adeguata, come sopra abbiamo spiegato.
3. La concupiscenza della carne vince lo spirito in chi è incontinente, ma non per necessità, bensì per una certa negligenza dello spirito che non resiste con fermezza.

ARTICOLO 2

Se l’incontinenza sia peccato

SEMBRA che l’incontinenza non sia peccato. Infatti:
1. Come insegna S. Agostino, “nessuno pecca in ciò che non può evitare”. Ora, nessuno da se stesso può evitare l’incontinenza; poiché sta scritto: “Io so di non poter essere continente, se Dio non lo concede”. Dunque l’incontinenza non è peccato.
2. Tutti i peccati dipendono dalla ragione. Ma in chi è incontinente il giudizio della ragione viene sopraffatto. Dunque l’incontinenza non è peccato.
3. Nessuno pecca per il fatto che ama Dio con violenza. Ma per la violenza dell’amore di Dio qualcuno diviene incontinente: infatti Dionigi ha scritto che “S. Paolo per l’incontinenza del divino amore disse: Io vivo ma non più io”. Perciò l’incontinenza non è peccato.

IN CONTRARIO: Essa da S. Paolo viene elencata con altri peccati, là dove dice: “calunniatori, incontinenti, crudeli, ecc.”. Dunque l’incontinenza è peccato.

RISPONDO: Tre sono le accezioni del termine incontinenza. La prima è il vocabolo nel suo significato proprio e assoluto. E in tal senso l’incontinenza, come l’intemperanza, si riferisce alla brama dei piaceri del tatto, come sopra abbiamo detto. Presa così l’incontinenza è peccato, per due motivi: primo, perché l’incontinente si allontana dal dettato della ragione: secondo, perché s’immerge in piaceri vergognosi. Per questo il Filosofo scrive, che “l’incontinenza è riprovevole non solo come peccato”, ossia come abbandono della ragione, “ma anche come malvagità”, ossia in quanto segue delle concupiscenze depravate.
Nella seconda accezione l’incontinenza indica l’abbandono di ciò che è conforme alla ragione, ma non vale così in senso assoluto: e si usa nel caso di chi passa i limiti della ragione nel desiderio degli onori, delle ricchezze e di altri beni consimili, che per se stessi sono dei beni; e quindi non è un’incontinenza in senso assoluto, ma secundum quid, come abbiamo detto sopra per la continenza. Anche in questo senso l’incontinenza è peccato, ma non perché ci s’immerge in concupiscenze riprovevoli, bensì perché non si rispetta la misura della ragione nella brama di cose per se stesse desiderabili.
Nella terza accezione l’incontinenza non si applica in senso proprio, ma solo per analogia: si applica cioè al desiderio di cose che uno non può usare malamente, ossia ai desideri virtuosi. A questo riguardo si può dire per analogia che uno è incontinente, perché come gli incontinenti sono trascinati completamente dalla brama cattiva, così egli è preso totalmente dal desiderio buono, che è conforme alla ragione. Tale incontinenza non è peccato, ma contribuisce alla perfezione della virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L’uomo può evitare il peccato e fare il bene, non però senza l’aiuto di Dio, conforme alle parole evangeliche: “Senza di me voi non potete far nulla”. Quindi il fatto che l’uomo ha bisogno dell’aiuto di Dio per essere continente, non esclude che l’incontinenza sia peccato: poiché, a detta di Aristotele, “ciò che possiamo con gli amici in qualche modo lo possiamo da noi stessi”.
2. Nell’incontinente il giudizio della ragione viene sopraffatto non da una necessità, il che escluderebbe il peccato, ma dalla negligenza di un uomo il quale non bada a resistere con fermezza alla passione, usando il giudizio di cui è provveduto.
3. La terza difficoltà parte dall’incontinenza di semplice analogia, e non da quella in senso proprio.

ARTICOLO 3

Se pecchi di più l’incontinente che l’intemperante

SEMBRA che l’incontinente pecchi più dell’intemperante. Infatti:
1. Uno pecca tanto più gravemente, quanto più agisce contro coscienza, secondo quelle parole evangeliche: “Il servo che ha conosciuto la volontà del padrone e ha fatto cose degne di castigo, sarà aspramente battuto”. Ora, agisce più contro coscienza l’incontinente che l’intemperante; poiché, come nota Aristotele, il primo si abbandona alle concupiscenze sapendo che son cose cattive, trascinato dalla passione; l’intemperante invece giudica buone le cose che brama. Perciò l’incontinente pecca più dell’intemperante.
2. Un peccato più è grave, più è insanabile: cosicché i peccati contro lo Spirito Santo, che sono i più gravi, sono senza remissione. Ma il peccato di incontinenza è più insanabile di quello d’intemperanza. Infatti il peccato di un uomo si può sanare con l’ammonizione e la correzione, che non giovano affatto all’incontinente, il quale sa di agire male, e tuttavia agisce in quel modo: invece all’intemperante sembra di agir bene, cosicché l’ammonizione potrebbe giovargli. Dunque l’incontinente pecca più gravemente dell’intemperante.
3. Più uno pecca con desiderio più pecca gravemente. Ma l’incontinente pecca con un desiderio più ardente dell’intemperante, avendo egli violente concupiscenze, che non sempre si riscontrano in quest’ultimo. Perciò l’incontinente pecca di più dell’intemperante.

IN CONTRARIO: L’impenitenza aggrava qualsiasi peccato: cosicché S. Agostino può affermare che l’impenitenza è un peccato contro lo Spirito Santo. Ora, a detta del Filosofo, “l’intemperante non è pronto al pentimento, poiché si fonda su una scelta: invece l’incontinente è pronto a pentirsi”. Dunque l’intemperante pecca più dell’incontinente.

RISPONDO: Come dice S. Agostino, il peccato consiste soprattutto nella volontà: “Infatti è con la volontà che si pecca e si vive rettamente”. Perciò il peccato è più grave là dove c’è maggiore inclinazione della volontà a peccare. Ora, nell’intemperante la volontà piega al peccato per propria deliberazione, derivante dall’abito vizioso acquistato peccando. Invece nell’incontinente la volontà è portata a peccare dalla passione. E poiché la passione passa presto, mentre l’abito è una “qualità che difficilmente si cambia”, chi pecca d’incontinenza subito si pente, allo svanire della passione: il che non avviene in chi pecca di intemperanza, che anzi gode di aver peccato, poiché l’atto peccaminoso gli è diventato connaturale in forza dell’abito vizioso. Agli intemperanti si applicano le parole della Scrittura: “Godono del malfare e tripudiano nelle cose pessime”. Perciò è evidente che “l’intemperante è molto peggiore dell’incontinente”, come dice anche il Filosofo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talora l’ignoranza precede l’inclinazione dell’appetito, e ne è la causa. E in tal senso quanto maggiore è l’ignoranza, tanto più diminuisce il peccato, fino a scusarlo totalmente, rendendolo involontario. Al contrario altre volte l’ignoranza segue l’inclinazione della volontà. E tale ignoranza più è grave, più aggrava il peccato: perché dimostra la maggiore inclinazione dell’appetito. Ora, quest’ignoranza dell’incontinente o dell’intemperante deriva dal fatto che l’appetito, o volontà, è inclinato a qualche cosa: o spinto dalla passione, come nell’incontinente; o portato dall’abito, come nell’intemperante. Ma l’ignoranza prodotta così nell’intemperante è più grave che nell’incontinente. Primo, per la durata. Poiché nell’incontinente questa ignoranza dura solo quanto la passione: come l’accesso della febbre terzana dura quanto il turbamento degli umori. L’ignoranza invece dell’intemperante dura di continuo, per la stabilità del suo abito: cosicché “viene paragonata all’etisia”, o a qualsiasi malattia cronica, come scrive il Filosofo. – Secondo, l’ignoranza dell’intemperante è più grave anche per l’oggetto ignorato. Infatti l’ignoranza dell’incontinente si limita a delle scelte particolari, giudicando cioè che questo piacere momentaneamente è da prendersi: l’intemperante invece è nell’ignoranza dello stesso fine, in quanto giudica cosa buona abbandonarsi sfrenatamente alla concupiscenza. Ecco perché il Filosofo afferma, che “l’incontinente è migliore dell’intemperante, poiché in lui si salva il principio più importante”, cioè la netta valutazione del fine.
2. Per guarire dall’incontinenza non basta la sola cognizione, ma si richiede l’aiuto interiore della grazia che mitighi la concupiscenza, e anche dall’esterno si può prestare il rimedio dell’ammonizione e della correzione, che smorza la concupiscenza, come sopra abbiamo detto, per iniziare la resistenza contro le concupiscenze. E con gli stessi rimedi si può curare anche l’intemperante: ma la sua guarigione è più difficile, per due motivi. Primo, perché la sua ragione è viziata nella valutazione dell’ultimo fine, che (in campo pratico) è come il primo principio in campo speculativo: si sa infatti che è più difficile ricondurre alla verità chi sbaglia nei principi; e così in campo pratico è chi sbaglia riguardo al fine. Secondo, perché la cattiva inclinazione della volontà nell’intemperante dipende da un abito, che difficilmente si può eliminare: invece l’inclinazione dell’incontinente deriva da una passione, che facilmente si può reprimere.
3. La brama della volontà che aumenta il peccato è più ardente nell’intemperante che nell’incontinente, come sopra abbiamo visto. Invece la brama e la concupiscenza dell’appetito sensitivo talora è più forte nell’incontinente: poiché egli non pecca se non per una grave concupiscenza; mentre l’intemperante pecca anche per una concupiscenza lieve, e talora la previene. Ecco perché il Filosofo afferma, che noi condanniamo di più l’intemperante, perché segue il piacere “a mente calma e senza lo stimolo della concupiscenza”, cioè con una concupiscenza irrilevante. “Infatti che cosa egli farebbe, se ci fosse la concupiscenza giovanile?”.

ARTICOLO 4

Se chi non si contiene nell’ira sia peggiore di chi non si contiene nella concupiscenza

SEMBRA che chi non si contiene nell’ira sia peggiore di chi non si contiene nella concupiscenza. Infatti:
1. Più è difficile resistere a una passione, più è lieve l’incontinenza: in proposito ecco come si esprime Aristotele: “Non è da fare le meraviglie, ma da scusare, se uno viene sopraffatto da piaceri o dolori violentissimi”. Ma, “come diceva Eraclito, è più difficile combattere la concupiscenza che l’ira”. Dunque è meno grave non contenersi nella concupiscenza che nell’ira.
2. Se la passione con la sua violenza toglie del tutto il giudizio della ragione, uno è scusato totalmente dal peccato: com’è evidente in chi per la passione diventa pazzo. Ora, in chi non si contiene nell’ira l’esercizio della ragione rimane più efficiente che in chi non si contiene nella concupiscenza: poiché a detta di Aristotele, “l’irato ascolta in parte la ragione, non così il lussurioso”. Perciò l’iracondo è peggiore dell’incontinente.
3. Un peccato tanto è più grave, quanto è più pericoloso. Ma l’incontinenza nell’ira è più pericolosa: perché porta l’uomo a un peccato più grave, cioè all’omicidio, che è un peccato più grave dell’adulterio, al quale conduce l’incontinenza nella concupiscenza. Quindi la prima è peggiore di quest’ultima.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che “l’incontinenza in materia d’ira è meno vergognosa dell’incontinenza in materia di concupiscenza”.

RISPONDO: Il peccato d’incontinenza si può considerare sotto due aspetti. In primo luogo dal lato della passione dalla quale la ragione viene sopraffatta. E da questo lato l’incontinenza più vergognosa è quella relativa alla concupiscenza, e non quella relativa all’ira: perché i moti della concupiscenza sono più disordinati che i moti dell’ira. E ciò per quattro motivi, cui accenna il Filosofo nell’Etica. Primo, perché i moti dell’ira partecipano in qualche modo della ragione, in quanto l’irato tende a vendicare l’ingiuria ricevuta, e la vendetta a suo modo è suggerita dalla ragione; ma non ne partecipano direttamente, perché l’ira non si attiene alla giusta misura nella vendetta. Invece i moti della concupiscenza seguono in tutto i sensi, e non la ragione. – Secondo, perché il moto dell’ira segue maggiormente la complessione fisica, data l’immediatezza dei moti di collera, che portano all’ira. Perciò è più facile che si arrabbi chi è fisicamente predisposto all’ira, che chi è così predisposto alla concupiscenza faccia atti d’incontinenza. Infatti è anche più frequente il caso che da persone iraconde nascano iracondi, piuttosto che da persone sensuali nascano dei sensuali. Ora, ciò che deriva dalle predisposizioni fisiche è più degno di compatimento. – Terzo, perché l’ira tende ad agire apertamente. Invece la concupiscenza cerca l’oscurità, ed entra con l’inganno. – Quarto, perché il sensuale gode nel suo agire; mentre l’iracondo vi è come costretto da un dispiacere subito in precedenza.
In secondo luogo un peccato d’incontinenza si può considerare in rapporto al male che deriva scostandosi dalla ragione. E da questo lato il non contenersi nell’ira, nella maggior parte dei casi, è una cosa più grave; perché conduce ad atti nocivi al prossimo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È più difficile combattere assiduamente contro il piacere che contro l’ira, perché la concupiscenza è più continua: ma sul momento è più difficile resistere all’ira, data la sua violenza.
2. Si dice che la concupiscenza è del tutto irrazionale, non perché elimina del tutto il giudizio della ragione; ma perché non si regola affatto sul giudizio della ragione. E per questo è più riprovevole.
3. La terza difficoltà è valida, perché si fonda sulle conseguenze cui possono condurre i vari tipi d’incontinenza


 
 
 

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