La mortificazione degli occhi

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SANT’ALFONSO MARIA DE LIGUORI – MORTIFICAZIONE DEGLI OCCHI

La vera sposa di Gesù Cristo

CAPO VIII

Della mortificazione esterna de’ sensi.

1 – Della mortificazione degli occhi e della modestia in generale.

1. Quasi tutte le passioni che fan guerra al nostro spirito, hanno l’origine dagli occhi non ben custoditi, poiché dal vedere si muovono in noi per lo più le passioni e gli affetti disordinati. Perciò disse Giobbe, parlando delle passioni impure: Pepigi foedus cum oculis meis, ut ne cogitarem quidem de virgine (XXXI, 1). Io ho fatto il patto cogli occhi miei, di non pensare alle donne. Ma perché disse di non pensare? Par che avesse dovuto dire più presto: ho fatto il patto di non guardare. Ma no, che ben disse di non pensare, perché il pensare va talmente unito col guardare, che l’uno non può esser diviso dall’altro; e perciò il santo, per non esser molestato dal pensiero, propose di non guardare volto di donna. Dice S. Agostino: Visum sequitur cogitatio, cogitationem delectatio, delectationem consensus:1 Dal guardare sorge il pensiero, dal pensiero il desiderio – perché, come dice S. Francesco di Sales, ciò che non si vede, non si desidera2 – e al

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desiderio poi succede il consenso. Eva, se non si fosse posta a guardare il pomo vietato, non sarebbe caduta; ma perché si fermò a mirarlo, e mirando parvele buono e bello, perciò lo prese e prevaricò: Vidit quod bonum esset lignum et pulchrum… et tulit (Gen. III, 6).3 Quindi è che il demonio prima ci tenta a guardare, poi ci tenta a desiderare e poi a consentire.

2. Dice pertanto S. Girolamo che ‘l demonio ha bisogno solamente de’ nostri principi: Nostris tantum initiis opus habet.4 Gli basta che noi cominciamo ad aprirgli la porta, perché esso poi finirà d’aprirsela. Uno sguardo avvertito e fissato in volto a persona di diverso sesso, diventerà una scintilla d’inferno che manderà l’anima in rovina. Dice S. Bernardo:Per oculos intrat ad mentem sagitta amoris (Serm. 13):5 Le prime saette che feriscono l’anime caste, e spesso le riducono a morte, entrano per gli occhi. Per gli occhi cadde un Davide così diletto a Dio. Per causa degli occhi cadde un Salomone, che un tempo era stato penna dello Spirito Santo. E quanti per causa degli occhi si son perduti! Chiuda gli occhi dunque chi non vuol piangere un giorno, dicendo con Geremia: Oculus meus depraedatus est animam meam (Thren. III, 51): Gli occhi miei mi han fatta perder l’anima per mezzo degli affetti malvagi, che v’hanno introdotti. Perciò avverte S. Gregorio: Deprimendi sunt oculi, quasi raptores ad culpam

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(Mor. 1. 21, c. 2):6 Debbon frenarsi gli occhi, altrimenti diverranno essi come certi uncini d’inferno, da cui sarà tirata l’anima a forza, e violentata a peccare, quasi senza volerlo. Chi guarda un oggetto pericoloso, siegue a dire il santo, incipit velle quod noluit,7 comincia a volere quel che non voleva. Ciò appunto esprime la Scrittura di Oloferne, che, guardando egli Giuditta, pulchritudo eius captivam fecit animam eius (Iudith XVI, 11): La bellezza di Giuditta fe’ schiava l’anima sua.

3. Dicea Seneca: Pars innocentiae caecitas:8 L’esser cieco molto giova ad esser innocente. Quindi un certo filosofo gentile, come riferisce Tertulliano, per liberarsi dall’impudicizia, volontariamente si tolse gli occhi e restò cieco.9 Ciò a noi fedeli non è lecito, ma se vogliamo conservarci casti, è necessario l’esser ciechi per virtù, con astenerci dal mirare oggetti che possono svegliarci pensieri impuri. Dice lo Spirito Santo: Ne circumspicias speciem alienam… Ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit (Eccli. IX, 8 et 9): Non rimirare la bellezza altrui, perché dopo gli sguardi vengon le male immaginazioni, colle quali si accende il fuoco impuro. Perciò dicea S. Francesco di Sales: Chi non vuole che i nemici entrino nella piazza, bisogna che serri le porte.10

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4. A tal fine i santi sono stati così cautelati negli occhi, che per timore che non iscappassero a mirare qualche oggetto pericoloso, han procurato di tenerli quasi sempre fissi alla terra, astenendosi di guardare anche gli oggetti innocenti. S. Bernardo, dopo un anno di noviziato, non sapea com’era fatto il solaio della sua cella, se a travi o a volta. Nella chiesa del monastero, dove il santo entrò per novizio, v’erano tre finestre, ma egli non sapea quante fossero, poiché per tanto tempo non avea mai alzati gli occhi da terra. Avendo una volta camminato quasi un giorno intiero per la riva d’un lago, dimandò poi a’ compagni, che di quel lago discorreano, dove l’avessero veduto, mentr’egli affatto non se n’era accorto.11 Similmente S. Pietro d’Alcantara tenea gli occhi sì bassi

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che non conoscea neppure i suoi frati con cui conversava; solo alla voce li conosceva, ma non già al volto.12 Molto più poi sono stati cauti i santi a non mirare oggetti di diverso sesso. S. Ugone vescovo, necessitato a trattare con donne, non ne guardò mai alcuna in faccia.13 S. Chiara parimente non volle mai mirare faccia d’uomo; una volta alzando gli occhi per vedere l’Ostia sagra, che si alzava nella Messa, mirò involontariamente il volto del sacerdote, e pure ne restò molto afflitta.14 S. Luigi Gonzaga non ardiva di alzare gli occhi neppure

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in faccia della propria madre.15 Narrasi di S. Arsenio che, stando egli nel deserto, andò a visitarlo una nobile matrona, acciocché l’avesse raccomandata a Dio; ma il santo, in accorgersi ch’era donna, subito le voltò le spalle. La matrona allora gli disse: «Arsenio, giacché non mi vuoi vedere né sentire, almeno nelle tue orazioni ricordati di me.» – «No, rispose il santo, pregherò Dio che mi faccia di te scordare, acciocché io non pensi più a te.»16

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5. Da ciò vedasi quanto sia grande la sciocchezza e la temerità di alcune monache, le quali non son sante Chiare, e ben vogliono guardare alla libera dal belvedere, dal parlatorio e dalla chiesa, qualunque oggetto loro si presenta, anche d’altro sesso, e poi vogliono star esenti dalle tentazioni e da’ pericoli di peccare. L’abbate Pastore, per aver mirata curiosamente una donna che raccoglieva le spiche, fu per quaranta anni tormentato da tentazioni impure17. Scrive S. Gregorio

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(Dial. L. c. 20) che la tentazione che obbligò S. Benedetto a rivolgersi tra le spine per liberarsene, ebbe origine dall’aver una volta incautamente guardata una donna.18 S. Girolamo, anche mentre stava nella grotta di Betlemme, orando continuamente e macerandosi colle penitenze, era terribilmente molestato dalla memoria delle dame molto tempo prima vedute in Roma.19 Or considerate come poi vogliono essere esenti da

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simili molestie quelle religiose, che guardano e tornano a guardare gli uomini senza alcuna riserba. Non tanto il guardare, quanto il riguardare, dice S. Francesco di Sales, è quello che più nuoce.20 Perciò avvertì S. Agostino: Etsi oculi nostri iaciantur in aliquam, defigantur in nulla (In Reg. III, c. 21):21 Se per caso scappano gli occhi a mirar qualche persona, almeno guardiamoci di non fissarli. S. Ignazio di Loiola corresse il P. Manareo, perché, licenziandosi da lui per andare in altro luogo lontano, gli avea fissati gli occhi in faccia (Lancis., Op. 2, n. 304).22 Da ciò apprendiamo essere indecente alle religiose

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il fissare gli occhi in faccia anche a persone dello stesso sesso, specialmente se sono giovani. Ciò dico essere solamente indecente, ordinariamente parlando; ma il guardare poi persone giovani di diverso sesso, io non so come possa scusarsi da peccato veniale ed anche mortale, quando vi fosse prossimo pericolo di consenso. Intueri non licet, dice S. Gregorio, quod non licet concupiscere:23 Non è lecito guardare ciò che non lice desiderare; poiché quantunque i mali pensieri – che nel guardare entrano ordinariamente a turbar la mente – sieno discacciati, sempre lasciano qualche macchia nell’anima. Fra Ruggiero francescano, ch’era dotato d’un singolar dono di purità, interrogato una volta perché stesse così riserbato a non guardar le donne, rispose: Quando l’uomo fugge le occasioni, Dio lo custodisce; ma quando si mette da sé nel pericolo, il Signore giustamente l’abbandona, ed egli facilmente cade in qualche colpa grave (Lib. I conform. S. Franc p. 2).24

6. S’altro male non cagionasse la libertà degli occhi, almeno toglie il raccoglimento all’anima per lo tempo ch’ella sta all’orazione; perché allora tutte quelle specie vedute ed

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impresse nella mente, se le faranno avanti e le apporteranno mille distrazioni. E se mai nell’orazione avrà avuto qualche raccoglimento, divagandosi poi cogli occhi, subito lo perderà. E certo che la religiosa che non è raccolta, poco può attendere all’esercizio delle virtù, come dell’umiltà, della pazienza, della mortificazione e simili; e perciò bisogna che si guardi dal mirare per curiosità oggetti esterni, che la distraggono da i pensieri santi: rimiri solamente quegli oggetti che la portano a Dio. Dicea S. Bernardo che gli occhi a terra aiutano a tenere il cuore in cielo.25 E S. Gregorio Nazianzeno scrisse: Ubi Christus est, modestia est(Ep. 193):26 Dove abita Gesù Cristo coll’amore, ivi sta anche la modestia. Non pretendo con ciò di dire che non mai s’hanno da alzare gli occhi, né mai s’ha da guardare alcuna cosa; si guardino, dico, quegli oggetti che ci portano a Dio, come sono le immagini sagre ed anche le campagne, i fiori e cose simili, perché queste belle creature ci sollevano a contemplare il Creatore. Del resto, per lo più la religiosa divota dee tenere gli occhi bassi, specialmente ne’ luoghi dove possono incontrarsi gli occhi con oggetti pericolosi. E parlando cogli uomini, non dee mai girar gli occhi a mirarli,

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e tanto meno a rimirarli, come si avvertì di sopra con S. Francesco di Sales.27

7. Inoltre si avverta che la modestia degli occhi, non solo è necessaria per lo profitto proprio, ma ancora per l’edificazione degli altri. Dio solo vede il nostro cuore; gli uomini non vedono altro che le nostre azioni esterne, e da quelle si edificano o si scandalizzano di noi. Ex visu cognoscitur vir(Eccli. XIX, 26): Dal viso fa conoscersi l’uomo qual egli sia nell’interno. Perciò il religioso dee essere, come dice il Vangelo del Battista: Lucerna ardens et lucens (Io. V, 35): Dee esser fiaccola che arda di divino amore nel cuore, e risplenda colla modestia appresso ognuno che l’osserva. Specialmente a’ religiosi s’appartiene quel che scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli: Spectaculum facti sumus mundo et angelis et hominibus (I Cor. IV, 9). Ed in altro luogo: Modestia vestra nota sit omnibus! [hominibus];Dominus prope est (Philip. IV, 5). Le persone religiose sono attentamente osservate dagli angeli e dagli uomini; e perciò la loro modestia dee esser nota a tutti, altrimenti elle, se sono immodeste, ne avran da dare gran conto a Dio nell’ora del loro giudizio. All’incontro, oh che bella edificazione che da, e quanto muove a divozione un religioso o una religiosa modesta, che tiene sempre gli occhi bassi! È celebre il fatto di S. Francesco d’Assisi, il quale dicendo al compagno di volere andar a fare una predica, uscì dal convento, e fatta una girata per le terre tenendo sempre gli occhi bassi, se ne ritornò. Gli domandò poi il compagno: E la predica quando la farete? Rispose il santo: La predica è fatta colla modestia degli occhi, che abbiam data ad osservare a questa gente.28 Si legge ancora di S. Luigi Gonzaga

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che, stando egli in Roma, gli studenti aspettavano a posta nel collegio quando il santo andava e ritornava da quello, per osservare ed ammirare la sua gran modestia.29

8. Dice S. Ambrogio che la modestia degli uomini santi per li mondani è una grande ammonizione ad emendarsi: Plerisque iusti aspectus admonitio est (In Psal. 118). Che bella cosa dunque, soggiunge il santo, è che tu col solo farti vedere giovi all’altrui profitto! Quam pulchrum ergo ut videaris et prosis!30 Narrasi a tal proposito di S. Bernardino da Siena ch’egli essendo ancor secolare, colla sola sua presenza mettea freno alla licenza de’ giovani suoi compagni, i quali nel vederlo comparire subito si avvisavano l’un l’altro: Viene Bernardino, zitto, e si ponevano in silenzio o mutavano discorso.31 Narra parimente S. Gregorio Nisseno di S. Efrem che col solo farsi vedere moveva la divozione, talmente che nessuno potea rimirarlo senza commuoversi e senza farsi migliore.32 Si narra ancora di S. Bernardo che, essendo andato Innocenzo II a visitarlo in Chiaravalle, e vedendo il papa e i cardinali la modestia del santo e de’ suoi monaci, che stavano tutti cogli occhi fissi a terra, non poteano

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ritenere le lagrime per la divozione.33 Narra di più il Surio (die 7 ianuar.) una cosa più mirabile di S. Luciano monaco e martire: che questo santo colla sola sua modestia moveva i pagani ad abbracciar la nostra fede; in modo che l’imperator Massimiano, sapendo ciò, quando lo fece a sé venire, per timore di non esser preso dalla sua vista a farsi cristiano, non volle mai rimirarlo, e perciò fe’ mettere un velo tra lui e ‘l santo, e così gli parlò.34 Ma di questa modestia degli occhi ben prima di tutti ne fu maestro il nostro Salvatore, poiché, come riflette un dotto autore, in tanto i sagri Vangelisti dicono che Gesù Cristo in alcune occasioni alzò gli occhi a guardare – Elevatis oculis in discipulos (Luc. VI, 20). Cum sublevasset ergo oculos Iesus (Io. VI, 5) – per significare ch’egli ordinariamente tenea gli occhi sempre bassi.35 Onde poi l’Apostolo, lodando la modestia di nostro Signore, scrisse a’ discepoli: Obsecro vos per mansuetudinem et modestiam Christi etc. (II Cor. X, 1). Concludo finalmente con quel che S. Basilio diceva a’ suoi monaci: Figli, se vogliamo tener l’anima verso il cielo, teniamo gli occhi verso la terra.36 Pertanto sin dalla mattina che ci svegliamo, facciamo sempre a Dio la preghiera di Davide: Averte oculos meos, ne videant vanitatem.37

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Della modestia in generale.

9. Non solo bisogna osservar la modestia nel guardare, ma in tutte l’altre nostre azioni, e specialmente nel vestire, nel camminare, nel parlare e simili.

Modestia nel vestire. Non già s’intende che la religiosa per usar modestia nel vestire debba andar lacera e sozza; ma qual buona edificazione di modestia può dare una monaca, che comparisce tutta attillata, col busto sul petto? col soccanno alla gola con modo singolare increspato e lisciato? co’ manichetti a’ polsi di tela d’Olanda e bottoni d’argento? Pensate poi qual concetto darà di sé una religiosa, che porta anelli preziosi alle dita e ricci alla fronte? S. Cipriano, parlando anche alle donne secolari, dice:Auro, monilibus et margaritis adornatae, ornamenta mentis perdunt (De hab. virgin. l. 4):38 Le femmine che vanno adorne d’oro, di gemme e di vezzi perdono ogni ornamento dell’anima. Or quanto più il santo ciò dovea dirlo delle religiose? L’ornamento delle donne sante ecco quale ha da essere, come dice S. Gregorio Nazianzeno: Mulierum ornamentum est probitate florere: colloquium cum divinis oraculis habere: fuso et lanae operam dare: oculis et labiis vinculum iniicere (Advers. mul. se orn.):39 Ha da essere il loro ornamento nella bontà della vita, nel parlare spesso con Dio nell’orazione, nell’attendere a’ lavori per fuggire l’ozio, e nel tenere a freno gli occhi e la lingua colla modestia e col silenzio.

10. Modestia nel camminare. Dice S. Basilio: Incessus sit nec segnis, nec vehemens (Epist. ad Greg.):40 Il camminare, per esser modesto, dee esser grave, non frettoloso, ma neppure

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troppo lento. Modestia nel sedere, guardandosi di tenere il corpo abbandonato sulla sedia, o d’incrocicchiare i piedi, e tanto meno di soprapponere una gamba sull’altra. Modestia nel mangiare, prendendo il cibo a mensa senza avidità e senza andar girando gli occhi d’intorno, per osservare quello che mangiano e come mangiano l’altre.

11. Sovra tutto dee usarsi modestia nel parlare, astenendosi dal dire parole poco modeste o poco decenti allo stato religioso; e sappiasi che tutte le parole che sanno di mondo, sono indecenti ad una religiosa. Dice S. Basilio: De vulgo aliquis si scurriles voces emittat, haud quisquam attendit; at qui vitae genus perfectum profitetur, hunc, si latum unguem ab officio suo recedere visus sit, omnes confestim observant (In Reg. quaest. 22):41 Se una persona di mondo dice qualche parola scomposta, niuno l’osserva, perché tali parole son proprie di tal sorta di gente; ma se una persona che professa perfezione, come sono i religiosi, si allontana un’unghia dal suo dovere, tutti subito la notano. E rispetto specialmente alle ricreazioni comuni, bisogna osservare più cose per mantener la modestia nel parlare.

Per 1. sfuggire ogni sorta di mormorazione, anche di cose manifeste. – Per 2. quando l’altre parlano, non interromperle: In medio sermonum, dice lo Spirito Santo, non adiicias loqui (Eccli. XI, 8). Quale immodestia è il vedere una religiosa che vuol esser sola a parlare! e quando le sorelle dicono qualche cosa, ella è pronta a troncar loro le parole in bocca, dimostrando con ciò la superbia di saper tutto e di voler fare la maestra a tutte! cosa che cagiona una gran molestia a chi vi conversa. Conviene per altro in tempo di ricreazione dir qualche parola da quando in quando, specialmente quando l’altre tacciono, altrimenti se tutte tacessero, cesserebbe quel comun sollievo che richiede la regola; del resto importa la modestia, specialmente delle giovani, che si parli quanto basta per mantenere

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la ricreazione, e che più si stia a sentire che a parlare. Sicché la buona regola è tacere quando l’altre parlano, parlare quando l’altre tacciono. – Per 3. astenersi da certi scherzi e motti che in qualche modo possono offendere l’altre su di certi difetti veri e conosciuti, ancorché si burli, perché tali burle sempre dispiacciono a coloro di cui si parla. – Per 4. non dir cosa di propria lode, e nel sentirsi lodare, alzar la mente a Dio e mutar discorso. All’incontro nel sentirsi contraddire o deridere, non isdegnarsi. S. Giovan Francesco Regis quando si vedea posto in burla da’ suoi compagni nella ricreazione, seguiva a mantenere il discorso con giovialità, acciocché la propria derisione servisse loro di sollievo.42 – Per 5. importa ancora la modestia che si parli con voce bassa e non forte, che offenda le orecchie altrui: Ne cuiusquam offendat [aurem] vox fortior, dice S. Ambrogio (Lib. I de Offic. c. 18).43 – Per 6. bisogna usare modestia e moderazione anche nel ridere. Narra S. Gregorio che una volta la stessa Madre di Dio venne ad avvertire una vergine sua divota, chiamata Musa, che lasciasse le risa, se volea piacerle.44 S’intende delle

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risa smoderate, come scrisse S. Basilio: Cavendum est ab iis qui pietati student, ne in risum effusi sint (In Reg. qu. 17):45 Chi attende alla divozione, dee guardarsi dal ridere smoderatamente. Del resto dice lo stesso santo non esser contro il decoro o la divozione un rider moderato, che dimostri la serenità dell’animo.46 La religiosa poi dee farsi vedere modesta e divota, ma non afflitta e mesta, perché ciò disonora la divozione, facendo apprendere agli altri che la santità non apporta pace ed allegrezza, ma afflizione e malinconia. All’incontro il dimostrarsi lieto e contento dà animo agli altri ad abbracciar la divozione. Si legge che due cortigiani di un monarca, per aver osservata l’allegrezza con cui stava un monaco vecchio nella sua solitudine, lasciarono il mondo e si restarono con lui (Rosign., Verità etc.).47 – Per 7. ed ultimo non parlare di cose

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del mondo, come di matrimoni, di festini, di commedie e di vesti pompose: non parlar di mangiare, come sarebbe il lodare o biasimare le vivande portate a mensa. Dicea S. Francesco di Sales: Le persone di onore non pensano alla tavola, se non quando vi sedono.48 Le religiose sante, quando odono discorrere di cose nocive o inutili, procurano d’introdurre discorsi di Dio con dimande profittevoli, o pure dagli stessi discorsi prendono occasione di parlare di Dio, come praticava S. Luigi Gonzaga, il quale ogni giorno leggeva a posta per mezz’ora qualche vita di santo o altro libro divoto, per aver materia da discorrere co’ compagni nella ricreazione di cose spirituali; e quando era co’ minori di sé, egli era il primo ad introdurre discorsi santi; co’ sacerdoti poi e maggiori di sé, proponea loro qualche dubbio di spirito, come per imparare, e in tal modo attaccava ragionamenti di Dio: benché quelli, subito che se lo vedeano dappresso, intendeano già che egli non gustava di parlar d’altro, e lo soddisfaceano; anzi se stavano parlando d’altro, per dargli gusto si metteano a parlare di Dio.49

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Suol dirsi che la lingua batte dove il dente duole. Chi porta grande amore a qualche oggetto, sempre di quello parla. S. Ignazio di Loiola perciò parea che non sapesse parlare che di Dio, ond’era chiamato: Quel padre che parla sempre di Dio.50

Preghiera.

Gesù mio, perdonatemi per pietà tanti innumerabili difetti che ho commessi colle mie immodestie, delle quali mi pento con tutto il cuore. Tutto è nato dal poco amore, che vi ho portato. Confesso che non merito pietà; ma le vostre piaghe e la vostra morte mi animano, anzi mi obbligano a confidare. Oh Dio, quante volte io v’ho disgustato, e voi con tenerezza mi avete perdonato! Io vi ho promessa fedeltà, e poi v’ho ritornato ad offendervi! E che aspetto, che proprio voi mi abbandoniate in mano della mia tepidezza? al che certamente succederebbe la mia dannazione. Io voglio emendarmi, e perciò ripongo tutta la mia confidenza in voi, proponendo di cercarvi sempre l’aiuto per esservi fedele. Per lo passato mi son fidata de’ miei propositi, ed ho trascurato di raccomandarmi a voi, e questa è stata la causa di tanti miei peccati.

Eterno Padre, per li meriti di Gesù Cristo, abbiate misericordia di me, e soccorretemi, e datemi la grazia di sempre raccomandarmi a voi in tutti i miei bisogni. V’amo, o sommo bene, e desidero d’amarvi con tutte le mie forze, ma senza voi non posso niente. Datemi il vostro amore, datemi la santa perseveranza. Io spero tutto dalla vostra bontà infinita.

O Madre di Dio, Maria, voi già sapete quanto in voi confido, aiutatemi, abbiate pietà di me.

1 «Tria sunt quibus impletur peccatum: suggestione, delectatione et consensione. Suggestio, sive per memoriam fit, sive per corporis sensus, cum aliquid videmus, vel audimus, vel olfacimus, vel gustamus, vel tangimus. Quo si frui delectaverit, delectatio illicita refrenanda est… Si autem consensio facta fuerit, plenum peccatum est.» S. AUGUSTINUS, De sermone Domini in monte, lib. 1, cap. 12, n. 33. ML 34-1246.- Cf. De Genesi contra Manichaeos, lib. 2, cap. 14, n. 21, ab his verbis: Etiam nunc in unoquoque nostrum. ML 34-207.

2 Allude, a quanto sembra, S. Alfonso a quello che scrive S. FRANCESCO DI SALES ad una delle sue principali penitenti (Lettre 331, à la Prèsidente Brûlart, (Euvres, XIII, pag. 150), lettera ricordata anche da Mgr Camus, Esprit de S. François de Sales, partie 15, ch. 10. «Vous me demandez si ceuz qui veulent vivre avec quelque perfection peuvent tant voir le monde. La perfection, ma chère Dame, ne git pas à ne voir point goûter et savourer. Tout ce que la vue nous apporte, c’ est le danger, car qui le voit est en quelque péril de l’ aimer; mais à qui est bien résolu et détérmine, la vue ne nuit point. En un mot, ma Sœur, la perfection de la charitè c’ est la perfection de la vie, car la vie de notre âme, c’ est la charitè. Nos premiers chrètiens ètaient au monde de corps et non de cœur, et ne laissaient pas d’ être très parfaits.» Notisi che il Santo parla ad un’ anima ferma nei suoi propositi di devozione, anzi di perfezione, ed obbligata per la sua condizione a vivere nel mondo e a veder le cose di mondo.

3 Vidit igitur mulier quod bonum esset lignum ad vescendum, et pulchrum oculis, aspectuque delectabile: et tulit de fructu illius, et comedit. Gen. III, 6.

4 «Nolite itaque, ait (Paulus), dare locum diabolo, qui, tamquam leo rugiens, quaerit aditum per quem possit irrumpere. Quomodo enim Pater et Filius stant ante ostium, et pulsant, ut introeant, et coenent cum eo qui se receperit (Apoc. III): ita et adversarius semper in nos est paratus irrumpere, et cum locum dederimus, ingreditur. Solet autem, antequam veniat, quaedam iacula praemittere, et praecursorem adventus sui facere cogitationem: hanc si nos in corde nostro susceptam nutrierimus intrinsecus, et crescere fecerimus, cum in nobis prolem suam auctam viderit, et ipse audebit intrare. Denique in Iudae Iscariot cor, primam iecit sagittam, ut traderet Salvatoren, quam si exceptam ille miserabilis non fovisset, numquam post intinctum panem in paropside, intrasset in illum Satanas.» S. HIERONYMUS, Commentarii in Epist. ad Ephesios, lib. 2, in cap. IV, v. 27. ML 26-511.

5 Liber de modo bene vivendi (d’ incerto autore, non di S. Bernardo), cap. 23, n. 67. Inter Opera S. Bernardi, ML 184-1241.- «Parit autem curiositas experientiam mali, ut facile qui per multa vagatur, offendat, facile cadat in laqueum, facile inveniat quod perniciose delectet.» S. BERNARDUS, Sermones de diversis, Sermo 14, n. 2. ML 183-575.

6 «Valde namque est quod caro deorsum trahit, et semel species formae cordi per oculos alligata vix magni luctaminis manu solvitur. Ne ergo quaedam lubrica in cogitatione versemus, providendum nobis est; quia intueri non decet quod non licet concupisci. Ut enim munda mens in cogitatione servetur a lascivia voluptatis suae, deprimendi sunt oculi, quasi quidam raptores ad culpam.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob(in XXXI, 1), lib. 21, cap. 2, n. 4. ML 76-190.

7 «Iusti namque volare ut nubes (Is. LX, 8) dicti sunt, quia a terrenis contagiis sublevantur; et quasi columbae ad fenestras suas (ibid.) sunt, quia per sensus corporis exteriora quaeque intentione non respiciunt rapacitatis, eosque foras non rapit concupiscentia carnalis. Quisquis vero per has corporis fenestras incaute exterius respicit, plerumque in delectationem peccati etiam nolens cadit; atque obligatus desideriis, incipit velle quod noluit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob (in XXXI. 1), lib. 21, cap. 2, n. 4. ML 76-189, 190.

8 «Non intelligis partem innocentiae esse caecitatem.» Liber de remediis fortuitorum, (inter Excerpta Senecae falso tributa): Opera, IV, Augustae Taurinorum, 1829, pag. 422.- Scripta quae exstant, Parisiis, 1598. Vedi la nota pag. 489, e il titolo dell’ opuscolo pag. 586.

9 «Democritus excaecando semetipsum, quod mulieres sine concupiscentia aspicere non posset, et doleret si non esset potitus, incontinentiam emendatione profitetur. At christianus salvis oculis feminam videt, animo adversus libidinem caecus est.» TERTULLIANUS, Apologeticus, cap. 46. ML 1-510, 511.

10 «Vous me demandez le remède au travail que vous donnent les tentations que le malin vous fait contre la foi et l’ Eglise… Surtout tenez-vous bien fermée dedans, et n’ ouvrez nullement la porte, ni pour voir qui c’ est ni pour chasser cet importun: enfin il se lassera de crier et vous laissera en paix.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 234, 14 octobre 1604, à la Baronne de Chantal. (Euvres, XII, pag. 355. – «Dieu permet que le malin forgeron de semblables besognes (suggestions de blasphème, d’ infidèlitè, de mècrèance) les nous vienne prèsenter à vendre, afin que, par le mèpris que nous en ferons, nous puissions témoigner notre affection aux choses divines. Et pour cela, ma chère sœur, ma très chère Fille, faut-il s’ inquiéter faut-il changer de posture? O Dieu, nenny. C’est le diable qui va par tout autour de notre esprit, furetant et brouillant, pour voir s’ il pourrait trouver quelque porte ouverte. Il faisait comme cela avec Job, avec saint Antoine, avex sainte Catherine de Sienne et avec une infinité de bonnes âmes que je connais, et avec la mienne qui ne vaut rien et que je ne connais pas. Et quoi? pour tout cela, ma bonne Fille, faut-il se fâcher? Laissez-le morfondre et tenez toutes les avenues bien fermées: il se lassera enfin, ou, s’ il ne se lasse, Dieu lui fera lever le siège… C’est bon signe qu’ il fasse tant de bruit et de tempêtes autour de la volonté, c’ est signe qu’ il n’ est pas dedans.» Lettre 273, 18 février 1605, à la Baronne de Chantal. (Euvres, XIII, pag. 9, 10.- «Laissez enrager l’ ennemi à la porte: qu’ il heurte, qu’ il buque (frappe), qu’ il crie, qu’ il hurle et fasse du pis qu’ il pourra; nous sommes assurés qu’ il ne saurait entrer en notre âme que par la porte de notre consentement. Tenons- la bien fermée et voyons souvent si elle n’ est pas bien close, et de tout le reste ne nous en soucions point, car il n’ y a rien à craindre.» Lettre 280, à Madame Bourgeois, Abbesse du Puits-d’ Orbe, 15-18 avril 1605. (Euvres, XIII, pag. 28.

11 «Totus… absorptus in spiritum… vifens non videbat, audiens non audiebat; nihil sapiebat gustanti, vix aliquid sensu aliquo corporis sentiebat. Iam quippe annum integrum exegerat in cella novitiorum, cum exiens inde ignoraret adhuc an haberet domus ipsa testudinem, quam solemus dicere caelaturam. Multo tempore frequentaverat intrans et exiens domum ecclesiae, cum in eius capite, ubi tres erant, unam tantum fenestram esse arbitraretur. Curiositatis enim sensu mortificato, nil huiusmodi sentiebat; vel si forte aliquando eum contingebat videre, memoria, ut dictum est, alibi occupata non advertebat.»Sancti Bernardi Vita prima, lib. 1, auctore GUILLELMO, cap. 4, n. 20. ML 185-238.- «Iuxta lacum etiam Lausanensem totius diei itinere pergens, penitus eum non vidit, aut se videre non vidit. Cum enim vespere facto de eodem lacu socii colloquerentur, interrogabat eos ubi ille lacus esset: et mirati sunt universi.» S. Bernardi Vita prima, lib. 3, auctore GAUFRIDO, cap. 2, n. 4. ML 185-306.

12 Questo attesta S. Teresa, la quale lo seppe dallo stesso Santo: «Su pobreza era extrema y mortificaciòn en la mocedad, que me dijo que le habìa acaecido estar tres años en una casa de su Orden y no conocer fraile, si no era por la habla; porque no alzaba los ojos jamàs.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 27. Obras, I, pag. 215.

13 «Mulierum confessiones non minus caute quam benigne suscipiebat…. Aurem quidem satis familiariteer applicabat, oculorum autem in alteram partem vertebat aspectum, auditum solum, propter insidias diaboli, huiusmodi negotiis asserens applicandum.» GUIGO, Maioris Carhusiae Prior V, Vita S. Hugonis, cap. 3, n. 14. ML 153-771, 772- «De qua etiam cohibentia sensuum dum vice quadam cum religiosis quibusdam colloqueretur, – inter quos erat vir litteris et puritate conspicuus, dominus scilicet Airaldus, archipresbyter tunc ipsius, nunc Mauriennensis episcopus,- respondit idem vir Domini Airaldus passim se mulieres aspicere, nec earum sibi nocere contuitum: est enim castissimus. Ad quod ille, non a mulierum tantum, sed a virorum quoque vultibus religiosae mentis avertendum respondit intuitum; asserens- quod experientia sua potest quisque coniicere- per communionem humanae mutabilitatis atque compassionem, fieri ut affectiones conspecti frequenter ad conspicientem inaestimabili velocitate pertranseant, et, verbi gratia, de irato iratus, et de tristi tristis, et de lasciviente fiat lasciviens: quas passiones satis esse habere qumquam proprias, non in se transcribere taliter alienas; nullius se totius episcopatus sui mulieris, praeter unius, ita faciem aspexisse, ut ex consideratione vultus, si occurreret, quaenam esset, posset agnoscere… Hinc fuit illud quod cum de matre mea- quae cum eo, quae voluit, quamdiu voluit, locuta fuerat- ab eo quaesissem utrum eam valde senecta fregisset, paululum secum praemeditans: «Nescio, inquit, utrum sit vetus an non.» Id. op., cap. 4, n. 15, col. 772.

14 Non si tratta qui di S. Chiara d’ Assisi, ma della B. Chiara della Croce, comunemente detta di Montefalco. «Fra Severino, uno de’ suoi confessori, riferì dopo la morte di lei, che una volta con molte lagrime si accusò di aver alzato troppo gli occhi, mentre egli diceva Messa e alzava l’ Ostia consacrata, e che per tal libertà s’ era incontrata contra sua voglia a vedere la faccia d’ un uomo che stava in chiesa: il che, sebbene non era peccato, nè essa lo teneva per tale, le pareva nondimeno negligenza e trascuratezza troppo grande.» GIBERTI, Ord. S. Aug., Vita, Foligno, 1693, cap. 23.- Cf, Acta Sanctorum Bollandiana, die 18 augusti: MOSCONIUS, Vita (ex vetustissimis codicibus), cap. 23, n. 25. «Accidit, ut cum ex tempore praeterque opinionem vidisset virum, fuerit (referente quodam Fratre Severino) vehementer perturbata, de suaque, ut ipsa appellabat, impudentia, poenas sumpserit non leves, existimans se modestiae fines trinsilisse, cuius fuerat semper vigilantissima custos.»

15 «Sopra tutto abborrì sempre in tutta la vita sua, ed in tutti i luoghi ove abitò, il parlare e trattare con donne, la presenza delle quali fuggiva in modo, che chi l’ avesse veduto, avrebbe detto che egli avesse con loro antipatia naturale. Se per caso fosse avvenuto, mentre era in Castiglione, che la signora marchesa sua madre gli avesse mandato alla camera alcune dame, che la servivano, a fargli qualche ambasciata, egli s’ affacciava alla porta senza lasciarle entrare, e subito fissava gli occhi in terra, e senza mirarle dava loro la risposta, e le spediva. Anzi di più, nè pure con la marchesa sua madre gustava di ragionare da solo a sola: onde se fosse accaduto, che mentre stava ragionando con lei, o in sala, o in camera, gli altri che v’ erano presenti, si fossero partiti, o cercava ancor egli occasione d’ andarsene, o non potendo ciò fare, si ricopriva subito nel volto d’ un onesto rossore; tanto era in estremo cauto e circospetto. Essendogli domandato un giorno da un dottore, il quale di ciò s’ era avveduto, per qual cagione fuggisse tanto le donne, anche la signora sua madre: egli per non iscoprire la sua virtù, mostrò che questa fosse come una avversione naturale più che virtuosa.» CEPARI, S. I. Vita, parte prima, cap. 3; inter Acta Sanctorum Bollandiana, lib. 1, cap. 2, n. 30: in Addendis ad diem 21 iunii, post diem 24 iunii.

16 «Abbas Arsenius dum sederet in campo (Pelagio, De vitis Patrum, lib. 5, libell. 2, n. 7, ML 73-858, dice: «in Canopo»), quaedam mulier virgo, dives, timensque Deum, ac propterea abbatis Arsenii fama comperta, de Romana civitate, ut eum videre mereretur, advenit in Alexandriam. Quae cum honorifice a Theophilo fuisset suscepta, ipsius civitatis archiepiscopo, rogavit eum quatenus persuaderet beatum Arsenium ut eam suscipere dignaretur. Ipse igitur ad eum profectus est, dicens: «Quaedam mulier Romana, et dignitate, et opibus, et opinione ceteras antecellens, videre te ac benedici desiderans, de tam longinqua regione pervenit, cui occurras exposeo.» Sed cum non acquievisset occurrere ei Arsenius, illa cognoscens hoc, animalia sua sternere praecepit, dicens: «Confido in Deo meo, quia videbo illum, nec ab hac intentione fraudabor. Non enim homines veni conspicere, quia et in nostra supersunt civitate, sed prophetam videre desideravi.» Cum ergo venisset ad cellam beati Arsenii, contigit ut foris illum deambulantem conspiceret. Ac mox ante pedes eius in faciem prona prosternitur. Quam ille cum festinatione suscitans, ita compellebat, dicens: «Si faciem meam tantum videre desideras, ecce intuere.» Illa vero prae verecundia oculos non audebat attollere. Dicit ei senex: «Si quid de meis actibus comperisti, hoc debueras intueri. Quomodo ergo tantum pelagus navigare praesumpsisti? An ignoras te mulierem esse, quibus quocumque non licet exire? An ideo huc venisti, ut Romam rediens, aliis te feminis glorieris vidisse Arsenium, ut fiat per vium mare ad me venientium feminarum?» At illa respondens, ait: «Si vult Deus, nullam huc venire permittat. Sed ut pro me ores, et in memoria me habere digneris, exoro.» Cui Arsenius dixit: «Oro Deum meum, ut deleat tuam ex corde meo memoriam.» Quo illa verbo percepto, in civitatem regrediens, aegritudine prae tribulatione correpta est. Ad quam cum visitationis causa venisset episcopus, et quid rei esset inquireret, illa sermonem senis, quem ultimum de memoria sui dixerat, enarravit, ac propterea se velle mori prae tristitia confitetur; sed episcopus tali eam consolatur alloquio: «Numquid nescis te esse mulierem? Et quia per feminam solet inimicus hominem impugnare, ideo vultum tuum de corde suo delere dixit. Nam pro anima tua Dominum deprecatur.» Quibus verbis mulier recreata est.» De vitis Patrum, lib. 3, auctore probabili RUFFINO, n. 65. ML 73-771, 772. Cf. De vitis Patrum lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 2, n. 7. Ibid. col. 858, 859.

17 «Quidam Pachon nomine (Eraclide lo chiama Pachonius; Palladio, in Lausiacis, Pasco), cum pervenisset ad annum septuagesimum, sedebat in Scete. Accidit autem ut ego vexatus ab affectione femineae cupiditatis, cogitationibusque et visis nocturnis, ferrem difficiliter. Cumque parum abesset quin propter hanc tentationem exirem e solitudine… vicinis quidem meis rem non exposui, sed neque meo magistro Evagrio (al. Eulogio); sed latenter veniens in solitudinem… incidi…. in sanctum virum Pachonem… Ausus sum ei meum animum aperire. Dixit autem mihi ille sanctus: «Ne tibi videatur res mira et aliena; hoc enim non tibi accidit ob delicias, otiumque et negligentiam… Potius hoc tibi accidit ab adversario ob studium virtutis… Ecce me, ut vides, hominem senem; cum iam quadragesumum annum degam in hac cella… tentor usque in hodiernum diem.» Et iuravit dicens: «Iam duodecim annis postquam transegi annum quinquagesimum, nullam diem nec noctem intermisit qua me non invaserit. Cum itaque suspicatus essem Deum a me recessisse… potius delegi mori… quam…. me turpiter gerere. Egressusque.. inveni speluncam hyaenae. In quam speluncam me nudum immisi toto die, ut ferae egressae me devorarent. Postquam autem fuit vespera… egressae.. ferae… et masculus et femina, me a pedibus ad caput usque odorati sunt, circumlingentes. Cumque exspectarem fore ut devorarer, a me recesserunt. Cum ergo illic tota nocte iacuissem, non fui devoratus. Existimans ergo Deum omnino mihi pepercisse, surrexi…. Cum autem se paucis diebus continuisset daemon, me est adortus vehementius quam antea, ut parum abfuerit quin blasphemarem. Transformatus enim cum esset in puellam Aethiopissam, quam in mea iuventute videram aestate spicas legentem, ea mihi visa est meis insidere genibus… Furore ergo percitus, impegi ei colaphum; eaque sic evanuit. Hoc autem mihi crede dicenti: biennio non poteram ferre manus meae fetorem. Cum ergo hac de causa… de me omnem spem abiecissem. egressus sum pererrans vastam solitudinem, et inveni parvam aspidem. Quam cum accpissem, eam admoveo… ut vel sic morsus morerer…. Ne sic quidem morsus sum gratiae providentia. Post haec autem audivi vocem dicentem mihi in mea cogitatione: «Abi, Pachon, decerta; ideo enim permisi in te tantam exerceri potestatem, ne tibi esset elatior… spiritus…. sed tuam agnosceres imbecillitatem, et in tuae vitae instituto numquam haberes fiduciam, sed recurreres ad Dei auxilium.» Sic autem admonitus et confirmatus… deinceps sedens cum fiducia et nullam belli curam gerens, reliquos dies egli in pace. Daemon autem cum cognovisset meam eius despicientiam, pudore deinceps affectus, ad me non accessit amplius.» His verbis cum… me confirmasset et ad bellum instruxisset…. dimisit, iubens ut forti animo me gererem in omnibus.» De vitis Patrum lib. 8 sive Historia Lausiaca, auctore PALLADIO, interprete Gentiano Herveto, cap. 29. ML 73-1130, 1131; MG 34-1086, 1087. Cf. PALLADIO, Lausiaca, incerto sed veteri interprete, cap. 2: ML 74-346, 347: HERACLIDES, Paradisus, incerto sed veteri interprete, cap. 11: ML 74-287, 288, 289.

18 «Quadam vero die, dum solus esset, tentator adfuit. Nam nigra parvaque avis, quae vulgo merula nominatur, circa eius faciem volitare coepit, eiusque vultui importune insistere, ita ut manu capi posset, si hanc vir sanctus tenere voluisset; sed signo crucis edito recessit avis. Tanta autem carnis tentatio ave eadem recedente secuta est, quantam vir sanctus numquam fuerat expertus. Quamdam namque aliquando feminam viderat, quam malignus spiritus ante eius mentis oculos reduxit: tantoque igne servi Dei animum in specie illius accendit, ut se in eius pectore amoris fiamma vix caperet, et iam etiam pene deserere eremum voluptate victus deliberaret. Cum subito superna gratia respectus ad semetipsum reversus est, atque urticarum et veprium iuxta densa succresecre fruteta conspiciens, exutus indumento nudum se in illis spinarum aculeis et urticarum incendiis proiecit: ibique diu voluntatus, toto ex eis corpore vulneratus exiit, et per cutis vulnera eduxit a corpore vulnus mentis; quia voluptatem traxit in dolorem… Ex quo videlicet tempore, sicut post discipulis ipse perhibebat, ita in eo aliquid in se minime sentiret.» S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogi, lib. 2, cap. 2. ML 66-132.

19 «O quoties ego ipse in eremo constitutus, et in illa vasta solitudine, quae exusta solis ardoribus, horridum monachis praestat habitaculum, putabam me romanis interesse deliciis. Sedebam solus, quia amaritudine repletus eram. Horrebant sacco membra deformia, et squalida cutis situm aethiopicae carnis obduxerat. Quotidie lacrimae, quotidie gemitus, et si quando repugnantem somnus imminens oppressisset, nuda humo ossa vix haerentia collidebam. De cibis vero et potu taceo, cum etiam languentes monachi aqua frigida utantur, et coctum aliquid accepisse, luxuria sit. Ille igitur ego, qui ob gehennae metum tali me carcere ipse damnaveram, scorpionum tantum socius et ferarum, saepe choris intereram puellarum. Pallebant ora ieiumiis, et mens desideriis aestuabat in frigido corpore, et ante hominem sua iam in carme praemortuum, sola libidinum incendia bulliebant. Itaque omni auxilio destitutus, ad Iesu iacebam pedes, rigabam lacrimis, crine tergebam; et repugnantem carnem hebdomadarum inedia subiugabam. Non erubesco infelicitatis meae miseriam confiteri, quin potius plango me non esse quod fuerim. Memini me clamantem, diem crebro iunzisse cum nocte, nec prius a pectoris cessasse verberibus, quam rediret, Domino increpante, tranquillitas. Ipsasm quoque cellulam meam, quasi cogitationum mearum consciam, pertimescebam. Et mihimet iratus et rigidus, solus deserta penetrabam. Sicubi concava vallium, aspera montium. rupium praerupta cernebam, ibi illud miserrimae carnis ergastulum; et, ut ipse mihi testis est Dominus, poist multas lacrimas, post caelo inhaerentes oculos, nonnumquam videbar mihi interesse agminibus angelorum, et laetus gaudensque cantabam: Post te in odorem unguentorum tuorum curremus (Cant. I, 3).» S. HIERONYMUS, Epistola 22, ad Eustochium, n. 7. ML 22.398, 399.

20 «On parlait un jour d’ une dame de son pays et sa parente; et comme on disait que c’ etait la plus belle femme de cette contrèe, il se tourna vers moi, et me dit: «Je l’ ai dèjà oui dire à plusieurs.» Vous la voyez fort souvent, elle est votre parente d’ assez proche; en parlez-vous ainsi sur le rapport d’ autrui?» Il me répliqua avec une simplicité merveilleuse: «Il est vrai que je l’ ai vue souvent, et que je lui ai parlé beaucoup de fois, mais je vous promets que je ne l’ ai pas encore regardée.» «Mon père, lui dis-je, comment faut-il faire pour voir les gens sans les regarder?» «Voyez-vous, cette parente est d’ un sexe qu’ il faut voir sans le regarder: il le faut voir superficiellement et en général pour distinguer que c’ est une femme à qui on parle, et non pas un homme, et se tenir sur ses gardes pour ne la regarder pas fixement, et d’ un regard arrêté et trop discernant.» CAMUS, éd. Collet, Esprit de S. François de Sales, partie 7, ch. 9.

21 «Oculi vestri etsi iaciuntur in aliquam feminarum, defigantur in nulla.» S. AUGUSTINUS, Regula ad Servos Dei, n. 6. ML 32- 1380.

22 «Cum P. Oliverius Manaraeus, rector Collegii Romani, ad gubernandum Collegium Lauretanum transferretur, et valedicturus S. Patri, quem amplius se in hac vita non visurum putabat, oculos in eum ex pio devotionis affectu fixisset, nolens quidem illum coram aliis confundere, poist solitum religiosum amplexum, dimisit incorrectum; P. Polancum tamen, cum quo Oliverius venerat, apud se detinuit, ut Oliverio portam domus egressuro, nomine suo diceret: «quod in eum nimis fixe oculos tenuisset quietos, hanc poenam statuerit, ut quotidie in examine saltem semel consideraret, an alicuius personae, quam revereri deberet, fixis in eius vultum oculis, diutius fuisset intuitus,… et quoties…. ad Patrem nostrum scriberet (scribere autem debebat…. singulis hebdomadis) referret an persolvisset poenitentiam necne. Haec porro poenitentia extracta est usque ad decinum quintum mensem…» Hoc ipsemet P. Oliverius per litteras ad me e Belgio Romam missas… significavit.» Nic. LANGIUS, S. I., Opuscula spiritualia, tom. 1, Ingolstadii, 1724, Opusculum II: De exteriore corporis compositione, cap. 14. Cf. BARTOLI, Vita di S. Ignazio, lib. 3, n. 37 (in fine).

23 «Intueri non decet quod non licet concupisci.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 21, cap. 2, n. 4. ML 76-190. Vedi sopra, nota 6.

24 BARTHOLOMAEUS DE PISIS, O. M., Liber conformitatum vitae B. ac Seraphici P. Francisci ad vitam Iesu Christi D. N., Fructus octavus, pars 2, (De sanctissimo fratre Rogerio de Provincia – cioè «de Provincia Provinciae», ossia Provenza): «Semel cum cuidam mulieri obviasset et petiisset a socio si illa esset talis mulier, et ille dixisset quod sic, adiecit socius: «Non vidistis eam in cuius domo totiens eam visitastis, et in porta ecclesiae locutus fuistis?» Respondit quod numquam in facie vidit, nec etiam matrem suam. Et cum a socio interrogaretur «cum ipse in facto mulierum esset securus, cur tantum timeret eas aspicere.» Respondit frater inquiens: «In potestate hominis est vitare occasiones peccandi; et ideo, quamdiu homo facit quod suum est, et Dominus facit quod in se est, tuando hominem a peccato. Impossibile est quod Deus umquam deserat mentem quam possidet, nisi homo habeat culpam. dum non vitat omnem occasionem peccandi: ex quo tu exponis te periculo per occasionem quam tu poteras vitare, et maxime in tali tentatione ad quam homo multum declinat ex corruptione naturae, confidens de viribus tuis, iam tunc non obligatur te defendere, sed potest sine omni iniustitia tuis viribus, in quibus confidisti, te dimittere.»

25 «Oculi defixi in solum iuvant ut cor semper levetur in caelum.» Questo testo anche Rodriguez (Exercitium perfectionis, pars 2, tract. 2, cap. 2) lo attribuisce a S. Bernardo, Tract. de 12 grad. humil. – Tanto presso S. Alfonso quanto presso il Rodriguez, citazione a senso. Ecco le parole di S. Bernardo: «Si videris monachum, de quo prius bene confidebas, ubicumque stat, ambulat, sedet, oculis incipientem vagari, caput erectum, aures portare suspensas: e motibus exterioris hominis interiorem immutatum agnoscas…. Ex insolenti corporis motu, recens animae morbus deprehenditur: quam, dum a sui circumspectione torpescit, incuria sui curiosam in alios facit… Si te vigilanter, homo attendas, mirum est si ad aliud umquam intendas. Audi, curiose, Salomonem…: Omni custodia, inquit, custodi cor tuum: ut omnes videlicet sensus tui vigilent ad is. unde vita procedit, custiodiendum. Quo enim a te, o curiose, recedis? Cui te interim committis? Ut quid audes oculos levare ad caelum, qui peccasti in caelum? Terram intuere, ut cognoscas teipsum. Ipsa te tibi repraesentabit, quia terra es, et in terram ibis.» S. BERNARDUS, De 12 gradibus humilitatis, cap. 10, n. 28. ML 182-957.

26 «Etsi ad filiae nostrae nuptias minime vocati, adsumus tamen… vobis optima et pulcherrima quaeque optantes. Unum autem bonorum illud est, ut Christus nuptiis intersit- porro ubi Christus est, modestia quoque est- atque aqua in vinum convertatur, hoc est, ut cuncta in melius immutentur, sic numirum, ut quae misceri nefas est, inter se minime misceantur, nec episcopi cum sannionibus copulentur, nec preces cum plausibus, nec psalmodiae cum tibicinum cantibus…. Christianorum nuptiae modestae et compositae sint. Modestia porro in gravitate sita est.» S. GREGORIUS NAZIANZENUS, Epistola 232, ad Dioclem de filiae nuptiis. MG 37-375.

27 Vedi sopra, nota 20.

28 Questo fatto di S. Francesco d’ Assisi non si trova in alcuna delle fonti medioevali, come ci accertano anche i Padri Minori del Collegio Intern. S. Antonio in Roma. Come lo leggiamo in S. Alfonso è riportato dal Rodriguez: «Ita S. Franciscus fertur quadam vice socio suo dixisse: Eamus praedicandum; exiisse dein et circumiisse civitatem; cui domum reverso dicit socius: Pater, cur non praedicamus? Iam praedicavimus, ait sanctus; insinuans illam morum et vultus compositionem et modestiam, qua plateas obierant, bonam valde concionem fuisse, qua ad devotionem populus, ad mundi contemptum, ad conpunctionem de peccatis et caelestium rerum amorem excitaretur.» RODERICIUS, S. I., Exercitium perfectionis, pars II, tract. II, cap. 1, n. 3.- Così pure S. Francesco di Sales, Entretien X, (Euvres, VI, pag. 133: e Saint-Jure, De la connaissance et de l’ amour du Fils de Dieu, Paris, 1668, liv. 3, partie 1, ch. 12, section 39, pag. 504, 505. Nessuno però indica da qual fonte abbia preso questo fatto.

29 «Nell’ andare e tornare da scuola riluceva in lui una modestia e composizione singolarissima; tanto che molti scolari forastieri si fermavano nel cortile del Collegio (Romano) per vederlo passare, e restavano di lui edificati. Un abbate forestiero in particolare- che in quelle scuole aveva finito il corso di teologia- tirato dalla sua modestia, andava alla scuola solamente per mirarlo; e mentre si leggeva, non gli levava mai gli occhi da dosso.» CEPARI, S. I., Vita, parte 2, cap. 11.

30 «Plerisque enim iusti adspectus admonitio correctionis est, perfectioribus vero laetitia est. Quam pulchrum ergo, ut videaris et prosis!» S. AMBROSIUS, In Psalm. CXVIII Expositio (in vers. 74), sermo 10, n. 22. ML 15-1338.

31 «Tanta gratiae plenitudine praeventus est, ut magisterium esset et exemplar totius pudicitiae ceteris adolescentibus: et nemo eorum quidquam temere loqui vel impudice agere coram Bernardino audebat impune. Et si forte ad eos, aliqua otiosa et minus honesta invicem conferentes, quandoque Bernardinum accedere contigisset, a sermone divertentes aiebant: «En Bernardinus adest.» Vita poist translationem corporis composita, cap. 1, n. 4: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 20 maii.

32 «Erat quippe ipsius oratio, licet vultus non conspiceretur, tamquam divinitus fabrefacta quaedam clavis, divitum thesauros recludens, et indigentibus necessaria suppeditans, aspectusque eius angelicus sufficiens erat qui per se absque ulla oratione intuentes etiam agrestes et inhumanos ad commiserationem permoveret, tanta in eo conspiciebatur tum simplicitas, tum mansuetudo, tum probitas. Nullusque adeo reperiebatur impudens qui non, ipsum aspiciens, rubore quodam perfunderetur atque verecundia, ac seipso melior non reddetur atque modestior.» S. GREGORIUS NYSSENUS, Vita atque encomium S. P. N. Ephraem Syri. MG 46-839.

33 «Rediens autem Leodio, Claram Vallem dominus Papa per se ipsum voluit visitare: ubi a pauperibus Christi, non purpura et bysso ornatis, nec cum deauratis Evangeliis occurrentibus, sed pannosis agminibus scopulosam baiulantibus crucem, non tumultuantium classicorum tonitruo, non clamosa iubilatione, sed suppressa modulatione affectuosissime susceptus est. Flebant episcopi, fiebat ipse summus Pontifex: et omnes mirabantur congregationis illius gravitatem, quod in tam sollemni gaudio oculi omnium humi defixi, nusquam vagabunda curiositate circumferrentur; sed complosis palpebris ipsi neminem viderent, et ab omnibus viderentur.» S. Bernardi vita prima, lib. 2, auctore ERNALDO, cap. 1, n. 6. ML 185-272.

34 «Porro autem cum de Luciano a multis audiret Maximianus tantam in eius facie insidere reverentiam, ut si eum solum vidisset, veniret in periculum ne fieret christianus, postquam iussit ut ille adduceretur, timens ne sibi tale quid accideret, velo interiecto separat sermonis congressionem, et verba procul ad eum emittebat, intermedio utens sermonis ministro.» Acta S. Luciani, auctore anonymo, ex Simeone Metaphraste: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 7 ianuarii, cap. 3, n. 11; apud Surium, De probatis Sanctorum historiis, eadem die.

35 «Sublevasset, ex divinae misericordiae et pietatis iudicio. Significatur Iesus non fuisse vagis oculis, sed compositis et ad rem praesentem attentis.» LUCAE BRUGENSIS, Commentarius in sanctum Iesu C. Evangelium sec. Ioannem, tom. IV, pag. 122.

36 «Oportet monachum…. oculos deorsum, animam sursum habere.» S. BASILIUS, Sermo de ascetica disciplina, quomodo monachum ornari oporteat, n. 1. MG 31-650.

37 Ps. CXVIII, 37.

38 «Auro et margaritis et monilibus adornatae, ornamenta cordis ac pectoris perdiderunt.» S. CYPRIANUS, Liber de habitu virginum, n. 13. ML 4-452.

39 «Mores sunt mulierum ornamentum, domi manere- Ut plurimum, cum divinis conversari oraculis, – Fuso ac Ianae operam dare, hoc namque munus est feminarum- Ancillis opera partiri, servos vitare, – Labiis catenas iniicere, et oculis atque etiam genis.» S. GREGORIUS NAZIANZENUS, Carmina, lib. 1, sect. 2, carmen 29: Adversus mulieres se nimis ornantes, vers. 265-269. MG 37-903.

40 «Incessus esto nec segnis, ne animum dissolutum arguat; nec rursus vehemens ac superbus, ne stolidos animi impetus indicet.» S. BASILIUS, Epistolarum classis 1, epist. 3, ad Gregorium, n. 6. MG 32-231.

41 «Plebeium enim aut obscurum quempiam hominem infligentem plagas, aut publice accipientem, et in tabernis versantem, et alia id genus indecoe peragentem, nemo facile attenderit, cum facta illa universo vitae ipsius instituto convenire intelligat: sed qui perfectum vitae genus profitetur, si quid vel minimum neglexerit eorum quae officii sunt, hunc omnes observant, ipsique id probri loco obiiciunt.» S. BASILIUS, Regulae fusius tractatae, Interrogatio 22, n. 3. MG 31-979.

42 «Quand on le raillait dans les conversations, il montrait une complaisance qui faisait sentir combien il prenait de plaisir à voir les autres rire à ses dépens: il usait même alors d’ artifice pour faire durer le sujet de l’ entretien, afin de satisfaire son goût pour l’ humiliation.» DAUBENTON, S. I., Vie, liv. 5: Son humilité.

43 «Pulchra igitur virtus est verecundiae, et suavis gratia, quae non solum in factis, sed etiam in ipsis spectatur sermonibus; ne modum progrediaris loquendi, ne quid indecorum sermo resonet tuus. Speculum enim mentis plerumque in verbis refulget. Ipsum vocis sonum librat modestia, ne cuiusquam offendat aurem vox fortior.» S. AMBROSIUS, De offixiis ministrorum, lib. 1, cap. 18, n. 67. ML 16-43.

44 «Sed neque hoc sileo quod praedictus Probus Dei famulus de sorore sua, nomine Musa, puella parva, narrare consuevit, dicens quod quadam nocte ei per visionem sancta Dei Genitrix semper virgo Maria apparuit, atque coaevas ei in albis vestibus puellas ostendit. Quibus illa cum admisceri appeteret, sed se eis iungere non auderet, beatae Mariae virginis voce requisita est an velit cum eis esse atque in eius obsequio vivere. Cui cum puella eadem diceret: «Volo,» ab ea protinus mandatum accepit ut nihil ultra leve et puellare ageret, et a risu et iocis abstineret, sciens per omnia quod inter easdem virgines quas viderat, ad eius obsequium die trigesimo veniret. Quibus visis, in cunctis suis moribus puella mutata est, omnemque a se levitatem puellaris vitae magnae gravitatis detersit manu. Cumque eam parentes eius mutatam esse mirarentur, requisita rem retulit…. Post vigesimum quintum diem febre correpta est. Die autem trigesimo… eandem beatam Genitricem Dei, cum puellis quas per visionem viderat, ad se venire conspexit. Cui se etiam vocanti respondere coepit, et depressis reverenter oculis aperta voce clamare: «Ecce, Domina, venio, ecce, Domina, venio.» In qua etiam voce spiritum reddidit, et ex virgineo corpore, habitatura cum sanctis virginibus, exivit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogi, lib. 4, cap. 17. ML 77-348, 349.

45 «Interrogatio 17: quod oportet etiam risum continere. Responsio (n. 1): Atque etiam quod a plerisque negligitur, id diligenter pietatis studiosis cavendum est. Nam intemperanti ac immodico risu detineri, indicio est grassari intemperantiam, nec sedari motus, nec a severa ratione comprimi laxitatem animi. Risu quidem leni et hilari effusionem animi detegere indecorum non est, quantum scilicet necesse fuerit ut solum indicetur quod scriptum est: Cordis laeti facies floret (Prov. XV, 13); sed cachinnis vocem sustollere, et corpore praeter voluntatem concuti, non eius est qui mente quieta sit, aut probus, aut sui ipsius compos.» S. BASILIUS, Regulae fusius tractatae. MG 31-962.

46 Vedi la nota precedente.

47 «Due cavalieri d’ un gran principe d’ Italia… sazi…. de’ tumulti della Corte, richiesta per pochi giorni licenza di svagare alquanto,… si ricoverarono ad un monastero di religiosi. Furono accolti a braccia aperte… e introdotti a dare un passeggio per lo giardino, ove… non si saziavano… di mirare con santa invidia la serena allegrezza che fioriva nel volto di que’ santi monaci… Invitati poi a salir sopra ne’ chiostri, rimasero vie più ammirati al veder quanto contenti vivessero in una grande povertà… Giunsero in capo del chiostro, ove abitava un santo vecchio…. allegro come un beato… Essendo già presi gli occhi in vedere tanta serenità il volto, restaron anche incatenati per l’ orecchie in udire la dolcezza del suo discorso. Onde si fecero animo ad interrogarlo «… se avesse mai patito tribolazioni, malinconie,…. affanni….?»…. Rispose…: «Oh quali e quante afflizioni hanno oppresso il mio povero cuore….! Ma grazie a Dio, che seppe ritrovare un rimedio facile e soave per convertire in gaudio ogni affanno. Basta che io apra questa piccola finestra e dia un’ occhiata…» Apersero i gentiluomini la finestra… Ma rimasero attoniti, vedendo che stava rimpetto alla finestra un muro vecchio che impediva la vista… (Replicò il monaco): «O che pur troppo si scorge un oggetto di somma consolazione, se con occhio più attento voi riguarderete.» Allora affacciatosi di nuovo un di loro, vide per un foro della medesima muraglia un poco di cielo…. «Oh, soggiunse il religioso, quel solo palmo di cielo a me basta per riempirmi di consolazione…. E come posso io non giubilare veggendomi creato per quella Patria di tutte le felicità?….»….Una pioggia di lagrime… sommesse il rimanente del suo discorso. I cavalieri… se gli gettaron tosto a’ piedi a chiedergli la benedizione, già risoluti di voler menare il resto de’ lor giorni in quel chiostro.» Carlo Gregorio ROSIGNOLI S. I., Verità eterne, Lezione 15, § 3.

48 «C’ est une vraie marque d’ un esprit truand, vilain, abject et infâme de penser aux viandes et à la mangeaille avant le temps du repas, et encore plus quand après icelui on s’ amuse au plaisir que l’ on a pris à manger, s’ y entretenant par paroles et pensées, et vautrant son esprit dedans le souvenir de la volupté que l’ on a eue en avalant les morceaux, comme font ceux qui devant dîner tiennent leur esprit en broche et aprés dîner dans les plats; gens dignes d’ être souillards de cuisine, qui font, comme dit saint Paul, un dieu de leur ventre (Philip. III, 19). Les gens d’ honneur ne pensent à la table qu’ en s’ asseyant, et après le repas se lavent les mains et la bouche pour n’ avoir plus ni le goût ni l’ odeur de ce qu’ ils ont mangé.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la Vie dèvote, partie 3, ch. 39. (Euvres, III, Annecy, 1893, p. 227).

49 «Domandò al P. rettore del collegio se giudicasse bene ch’ egli procurasse che nel tempo della ricreazione, mattina e sera, si ragionasse sempre di cose spirituali… ed avendo ottenuto il beneplacito suo, conferì lo stesso suo desiderio col prefetto delle cose spirituali… Dopo questo, scelti alcuni giovani spirituali del collegio… disse loro che desiderava per suo aiuto di potere alle volte ritrovarsi insieme con essi a ragionare delle cose di Dio nel tempo della ricreazione. Inoltre ogni dì leggeva per mezz’ ora quanche libro spirituale o Vita de’ santi per avere materia di discorrere, ed al fine insieme con il sopraddetti compagni diede principio all’ opera, e quando era con minori di sè, egli era il primo ad introdurre santi ragionamenti e gli altri seguitavano con gusto grande; massime che dal suo ragionare cavavano non poco profitto. Con i sacerdoti e maggiori di sè, costumava di proporre loro qualche dubbio spirituale domandando il loro parere per desiderio d’ imparare; ed in questa guisa attacava ragionamento di cose di Dio: sebbene essi stessi, subito che se lo vedevano appresso, senz’ altro intendevano ch’ egli non gustava di ragionare d’ altro, e lo soddisfacevano, anzi se avevano già cominciato altri ragionamenti, per dargli gusto li mutavano, exiandio che fossero superiori. Quando si ritrovava con gli uguali, o erano di quelli co’ quali già si era accordato, e così non aveva difficoltà in parlare di cose sante; o s’ erano altri, egli pigliava sicurtà d’ introdurre ragionamenti di qualche divota materia; e come tutti erano buoni religiosi… seguitavano in quei discorsi con ogni prontezza.» CEPARI, Vita, parte 2, cap. 18.

50 «Suo costume ordinario era… alzare spesse volte gli occhi al cielo… E di qui nacque il descriverlo che que’ di fuori facevano, dicendo «quel Padre, che guarda sempre in cielo, e sempre parla di Dio.» BARTOLI, Vita, lib. 4, § 28.


 
 
 

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